giovedì 31 luglio 2008

Marx e il salumiere di Heisenberg

Oggi vorrei parlare di uno dei temi che più appassionano la stragrande maggioranza dei miei lettori, cioè me stesso; non c’è niente da fare: di fronte all’audience, ogni sano proposito editoriale crolla, e anche il GPZ si riduce a tarare la programmazione non su ciò che sarebbe bello dire, ma su quello che il pubblico vuole sentirsi dire. Insomma, l’editore di questo blog sta sbracando vergognosamente verso il cliché nazional-popolare. E la redazione sta vergognosamente assecondandolo.
Il tema del giorno, quindi, è il principio di indeterminazione di Heisenberg. Come tutti sanno, questo caposaldo della saggezza popolare asserisce che non è possibile misurare simultaneamente in modo deterministico, cioè con precisione arbitrariamente grande, la posizione e la quantità di moto di una particella subatomica, per esempio di un elettrone.
Detta così potrebbe non suscitare soverchi entusiasmi. In fondo, si sta solo affermando che la covarianza degli errori di misura delle due grandezze ha un limite inferiore al di sotto del quale non può scendere: embè? E allora?
Lo stesso Heisenberg, pare, non colse subito in pieno tutte le implicazioni della formuletta che aveva scritto, ed ebbe bisogno di qualcuno dotato di maggiore concretezza per capire; la storia attribuisce questo merito a Niels Bohr, ma avrebbe potuto arrivarci anche il suo salumiere, ponendogli la questione sotto la giusta luce. Bohr, infatti, disse al crucco Heisenberg che il problema non stava negli strumenti di misura, ma proprio nel fatto stesso di misurare: per poterlo fare, è necessario interagire con l’oggetto della misurazione, alterandone proprio il comportamento che si vuole misurare; nel caso specifico, l’intimità dell’elettrone viene spiata bombardandolo con un fotone – il che ne altera sia la velocità che la posizione che si volevano rilevare - senza che i movimenti pacifisti muovano mai un dito per difendere la povera particella e, quel che è peggio, neppure il garante della privacy. Come dire che non è possibile agire in modo certo per modificare una situazione nella quale si è coinvolti: e questo il salumiere di Heisenberg lo sapeva senz’altro, come lo sa chiunque abbia mai provato a giudicare serenamente le abitudini domestiche del coniuge o, peggio, a fare una disamina oggettiva dell’argomento di una riunione a cui si sta partecipando.
Insomma, pare proprio che in natura non esista la neutralità.
Io credo che il massimo esempio di questo teorema l’abbia dato Marx (altro crucco, benché ebreo), che peraltro non lo poteva neppure conoscere, essendo morto parecchio prima che Heisenberg scrivesse quella strana formuletta:
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Che il buon Karl abbia scoperto (misurato) qualcosa di fondamentale sul modo in cui la storia evolve e sui suoi motori ultimi è per me difficile negarlo, anche se oggi solo a dire questo si rischia l’anatema; è anche possibile che, se Marx non avesse scoperto niente, l’umanità al comunismo ci sarebbe arrivata davvero, secondo le tappe (incautamente) illustrate dal maestro: trionfo della borghesia, genesi e maturazione dell’antitesi proletaria, giustapposizione e sintesi hegeliana. Ma Marx ha visto, ha misurato e ha divulgato, e allora sono iniziati i tentativi di anticipare l’esito finale: a che pro aspettare e lasciare tanta parte dell’umanità a subire l’Ingiustizia, se tanto la fine è nota? E così abbiamo avuto una rivoluzione in un impero dove non c'era ancora una borghesia, e poi il comunismo in un paese solo, e come è finita lo sappiamo tutti. Insomma il sanguigno crucco Marx, per il solo fatto di aver conosciuto, ha fatalmente alterato la realtà che voleva interpretare, deviandola dal suo corso, esattamente come avrebbe detto una settantina di anni dopo il crucco algido Heisenberg. Chissà che sarebbe successo, se fosse nato prima lui… Ma questo sarà probabilmente oggetto di un romanzo di fantapolitica che il GPZ scriverà a breve, ovviamente solo per trarne un adattamento bloggistico che sia l’equivalente di una soap opera da rifilare tutte le mattine alle legioni dei suoi lettori. Del resto, date un’occhiata agli orari dei miei post: prevale la mezza mattina, l’ora delle soap!

mercoledì 30 luglio 2008

La dignità fino alla fine

di Cristiana Capagni
La Voce Democratica – novembre 2007


Quanti di noi hanno vissuto l’esperienza dolorosa della lenta fine di un proprio caro in là con gli anni? Possiamo irrazionalmente rimuovere o accettare più o meno serenamente l’ineluttabilità della fine, che comunque è cosa certa (quel che non ci è dato di sapere sono “il giorno e l’ora”, citando il Vangelo). Non possiamo dunque opporci né modificare il fatto che la morte concluda, prima o poi, la nostra esistenza. E’ però nelle nostre possibilità e, moralmente, nei nostri doveri, fare in modo che questa “conclusione” avvenga nel pieno rispetto della dignità della persona.
Non volendo neppure sfiorare la spinosa questione dell’eutanasia, né quanto concerne morti premature e pertanto ancor più dolorose ed inaccettabili, ci soffermiamo però su quello che a volte appare un accanimento terapeutico su corpi ormai molto anziani e dunque con scarse (per non dire nulle) capacità di ripresa.
Che cosa spinge a prolungare l’agonia di un corpo che è comunque arrivato alla fine della sua esistenza? Quali prospettive? Non la guarigione, certamente. E neppure la pietà: bisogna essere immuni da questo sentimento per sopportare che forzosamente resistano accasciati in letti asettici di asettiche stanze i corpi dolenti che pure sono appartenuti a persone vive, che hanno amato, parlato, riso, pianto, lavorato, procreato, sognato… ora costretti ad assistere alla loro stessa decadenza, cui la natura, se indisturbata, avrebbe posto repentina fine. Fine che arriverà comunque, dopo qualche mese di indicibile sofferenza fisica e morale di chi quegli asettici letti occupa, ma anche dei suoi cari, compagni di calvario.
L’asetticità è l’elemento simbolo di questa forzatura tanto in voga: l’anziano, sradicato dal proprio mondo fatto di piccole cose e di oggetti che coi loro ricordi lo rassicurano e gli fanno compagnia, pudico e riservato, poco incline ad aprirsi alle novità, si ritrova in un mondo a lui estraneo e del tutto asettico e sterile, anche sul piano affettivo ed emozionale.
E dunque perché ci si ostina a considerare le persone come macchine cui sostituire pezzi di ricambio per farle funzionare, senza una considerazione globale, comprensiva dei km percorsi e delle reali possibilità di rombare ancora? Perché confinarci in tristi garage sterili di batteri e di vita, dai quali non usciremo, si sa, perché ormai vecchi e pieni di malanni inguaribili, che speranza abbiamo di tornare a condurre la nostra vita fuori di lì? Perché non ci lasciano la dignità di morire da esseri umani? Perché ci condannano a mesi di agonia, noi e chi ci vuol bene costretto ad assisterci e ad assistere ad uno spettacolo pietoso: riusciranno a ricordarci come eravamo “prima”?, trasformati in larve che di umano non hanno più nulla ma che conservano tutta la capacità animale di provare dolore?
Nessun anziano muore più a casa sua. E nessun anziano arrivato alla fine della vita torna d’incanto a saltare e correre e chiacchierare e cantare. Semplicemente, a ciascuno viene prolungata la vita di tre, quattro mesi, tra sofferenze e tormenti indicibili.
E oltre all’insostenibile costo emotivo e morale, qual è il costo in denaro che la collettività, i contribuenti, devono sostenere per il perpetrarsi di questa crudeltà?
Finché c’è speranza, non bisogna abbandonare la lotta, mai. Ma quando siamo ormai molto vecchi ed irreparabilmente malandati e ci trasciniamo insieme con un’insostenibile stanchezza di vivere, la nostra speranza non dovrebbe essere soltanto quella di spegnerci in pace, circondati dall’amore dei nostri cari nella serenità della nostra casa, restituendo il corpo alla Natura e l’anima a Dio?

martedì 29 luglio 2008

Elogio della bestemmia

Una volta bestemmiare significava imprecare contro Dio, ma oggi non più. Dio nel mondo non ha più niente da dire, come collante che tiene insieme un popolo. In determinati ambienti, anzi, fa anche fighetto esibire un certo ateismo militante, che non scandalizza più nessuno. Ma come si fa, allora, a tirare un bel bestemmione liberatorio, alla maniera contadina dei nostri nonni?
Per potere si può, anche se di solito non è per niente liberatorio, e anzi conduce a discussioni noiosissime e interminabili: basta prendersela con le privatizzazioni, con l’energia nucleare, buttare là che si è contro i finanziamenti pubblici alla scuola privata; insomma, tirare un sasso a una delle tante vacche sacre dell’economia di mercato, e lo scandalo è assicurato. Perché è il mercato oggi, o meglio ancora il capitalismo trionfante, il vero elemento unificante delle nostre società.
L’economia di mercato ha generato un pensiero unico ormai egemone ed esprimersi contro di esso produce sulla maggior parte della gente lo stesso effetto che il bestemmione di mio nonno contadino faceva ai bravi borghesi timorati di Dio.
Sarà capitato a tutti, fuorché ai pasdaran del neoliberismo, di sostenere una posizione eterodossa dal punto di vista dell’economia di mercato: essere contrari ad una particolare privatizzazione, come per esempio quella dei servizi idrici; invocare restrizioni contro l’urbanizzazione selvaggia delle coste e delle aree protette; opporsi al finanziamento pubblico delle scuole private, e così via. Ancora una decina di anni fa, posizioni di questo tipo avevano non solo diritto di cittadinanza, ma erano probabilmente anche maggioritarie; oggi sostenerle non dico in un dibattito, ma anche la sera a cena in compagnia, magari, di qualche amico di quella tipologia “illuminati di sinistra” che tutti annoveriamo tra le nostre conoscenze, mette in difficoltà. O almeno mette in difficoltà me, perché mi pare che questa gente abbia un grado di accettazione delle opinioni altrui inversamente proporzionale alla sicumera con cui butta là le proprie; che di solito non hanno niente di originale e sono prodotte in fotocopia (ne senti uno e li hai sentiti tutti) a partire da certi presupposti del tutto indimostrabili come sempre sono i presupposti, e quindi non migliori dei miei, ma che – a differenza dei miei - hanno avuto l’imprimatur da legioni di opinionisti, politici d’accatto, pensatori da bar e filosofi da piazzetta Italia, e si sa, lo disse Goebbels, una menzogna ripetuta mille volte alla fine diventa vera.
Hai voglia tu a sgolarti, a sventolargli davanti evidenze macroscopiche e incontestabili: desertificazione, crescente scarsità di acqua potabile, rivolgimenti climatici, guerre carestie epidemie, crollo spaventoso del potere d’acquisto delle classi medie dei paesi sviluppati, crisi alimentari, invasioni marziane, collisioni con meteoriti, le cavallette… E’ inutile, perché al momento di dire “è ora di fare qualcosa” l’interlocutore, di solito, non ti lascia nemmeno finire la frase e spalanca gli occhi, trattiene il fiato scandalizzato, e subito replica “sì, ma… l’economia di mercato…”; questo se è educato, sennò ti aggredisce direttamente e ti bolla come catastrofista. Su cosa basi lui la sua fiducia nel fatto che il peggio non accadrà, non è dato sapere: semplicemente, va accettato in quanto opinione prevalente. E quindi fede, superstizione, perché come altro volete chiamare la convinzione incrollabile di chi non tiene nel minimo conto il pare delle poche persone che sono in grado dire qualcosa, e cioè degli scienziati?
E’ per questo che mi sono tanto simpatici i bestemmiatori: non i bestemmiatori di Dio, che avevano una funzione positiva qualche secolo fa, ma oggi sono solo volgari; quello che mi piace è il bestemmiatore eterno, l’ur-bestemmiatore, quello capace di alzarsi in piedi davanti a una folla oceanica adorante qualche idolo di cartapesta e dire a tutti “signori, state facendo una colossale cazzata”, qualsiasi sia il feticcio oggetto di adorazione in quel momento: il Dio degli eserciti, l’Uomo della Provvidenza, il vitello d’oro, il denaro, il potere, la gnocca…
Bestemmiò Pasolini, quando prese le difese dei poliziotti – proletari veri – di fronte alla folla conformista degli studenti marxisti mantenuti da papà; bestemmiò Giordano Bruno, rivendicando la libertà di usare la ragione anche di fronte ai dogmi di fede; bestemmiò Galileo, che poi fu costretto a ritrattare; bestemmiò Gandhi, liberatore di un popolo senza aver sparato un solo colpo di fucile. E’ dove si bestemmia che sta la vita e la novità, non nei salotti autocelebrativi del pensiero dominante. E’ la bestemmia l’arte da coltivare: ognuno secondo il suo talento, ognuno secondo il suo coraggio, e però bestemmiate, gente! Bestemmiate!

domenica 27 luglio 2008

Dove ti piazzo il pupo

di Cristiana Capagni
La Voce Democratica – 19 giugno-3 luglio 2008


Ci risiamo: la scuola è finita e ciascuno si gestisca il pupo a modo suo.
Va fatto tuttavia qualche distinguo. La scuola materna, dedicata ai bambini dai tre ai sei anni circa, prosegue fino alla fine di questo mese per riprendere a settembre inoltrato. Totale: più di due mesi di “buco”. Il nido, considerato servizio pubblico dedicato ai neonati e fino ai tre anni di età circa, chiude i battenti soltanto per il mese di agosto, obbligando dunque le famiglie ad andare in massa in vacanza in quel periodo, cioè l’esatto contrario delle tanto decantate “vacanze intelligenti” (mostrando in tal modo la vetustà di un certo pensiero nazionale, ancora legato alla serrata d’agosto). La scuola elementare ha un periodo di vacanza di più di tre mesi. Evidentemente troppo per qualsiasi lavoratore, dipendente o autonomo che sia. Le soluzioni sono le più disparate: c’è chi manda i propri figli presso nonni o zii, chi nonostante non sia separato effettua vacanze separate dal proprio coniuge per estendere il periodo di “copertura”, chi prende un periodo di aspettativa non retribuita (e non tutti se lo possono economicamente permettere, senza considerare che non sempre il lavoro può essere sospeso per lunghi periodi), chi – e sono la maggioranza – usufruisce dei centri estivi tanto in voga.
Negli ultimi anni sono sorti come funghi, fiutando il business ed andando a colmare una immensa lacuna lasciata dai servizi pubblici. Ve ne sono in mezzo alla natura, dove vengono organizzati veri e propri “campus” con soggiorno completo (a prezzi proibitivi), e dove non tutti i genitori sono disposti a mandare i propri figli, specie se più piccoli e figli unici. Si parla del “mammismo italiano”, tuttavia non sempre questo atteggiamento è soltanto deteriore: il senso di famiglia si sgretola anche così, spedendo i figli come pacchi postali ingombranti e non potendoli seguire, per ovvie ragioni di distanza, nel loro percorso di crescita, riducendo il contatto emotivo alla telefonata serale di un minuto.
Vi sono poi i centri estivi cittadini: alcuni eccellenti, dove svolgono attività di animazione giovani estremamente motivati e preparati, che organizzano attività sportive e ludiche davvero di ottimo livello, mentre altri centri estivi francamente lasciano a desiderare, pur utilizzando le stesse identiche frasi sui volantini che reclamizzano “attività ludico ricreative” si rivelano essere in realtà quasi dei parcheggi, dove i bambini si annoiano e non si riposano neppure.
Manca quindi un organismo che certifichi la reale validità di questi centri e la loro rispondenza alle aspettative dei piccoli fruitori e dei loro genitori: sarebbe auspicabile una graduatoria pubblica, con punteggio assegnato per qualità di servizi.
Manca soprattutto un aiuto economico alle famiglie, che devono sobbarcarsi costi talvolta davvero molto elevati per sopperire alle mancanze dei servizi pubblici: se i Comuni non possono assumersi l’onere organizzativo, potrebbero almeno partecipare con dei contributi in modo da sgravare le famiglie di parte di questi consistenti costi aggiuntivi necessari all’accudimento dei propri figli.
Nel nostro Paese si parla demagogicamente di tutela della famiglia ma al dunque gli oneri ricadono esclusivamente su chi, testardamente, si ostina a mettere al mondo esseri umani che dovrebbero essere considerati dalla società come il più prezioso degli investimenti.

venerdì 25 luglio 2008

Sognatori di giorno

Ieri un elicottero pakistano ha portato in salvo i due compagni di Karl Unterchirker, caduto sul Nanga Parbat dieci giorni fa. Loro ce l'hanno fatta, Karl è rimasto là. Troppo presto, anche se è la fine che probabilmente si sarebbe augurato, solo un po' più in là, molto più in là.
E sono più di due anni che se ne è andato anche Angelo D'Arrigo, trasvolatore, come si diceva una volta; o "volatore", che è più bello ed è il termine che usò Leonardo per descrivere il pilota di quel suo prototipo di elicottero che mai vide la luce, troppo in anticipo sui tempi. Anche Angelo se ne andò nel suo elemento, che era l'aria, quella stessa aria a cui stava per restituire due pulcini di condor orfani presi sulle Ande e allevati in Sicilia, in attesa di tornare a solcare quei cieli purissimi.
Alpinisti, volatori, gente che non sa tenere i piedi attaccati per terra, ha bisogno di portarli tra le nuvole, a raggiungere la testa. Per loro trovo bella questa frase attribuita a T. H. Lawrence, o Lawrence d'Arabia, che lessi con un groppo in gola ai piedi dell'Aconcagua, incisa sulla targa con foto in memoria di una altro grande sognatore, un ragazzo di trentadue anni con una gran barba e un sorriso epico, che da quella montagna non è sceso mai: "Tutti gli uomini sognano, non pero' allo stesso modo. Quelli che sognano di notte nei polverosi recessi della mente si svegliano al mattino per scoprire che il sogno e' vano. Ma quelli che sognano di giorno sono uomini pericolosi, giacche' ad essi e' dato vivere i sogni ad occhi aperti e far si' che si avverino."
In questo mondo di polistirolo, non si sa se il demone che invasa questa gente e la spinge dove nessun altro osa sia piuttosto una maledizione; però è bello, anche nella tragedia, sapere che c'è ancora qualcuno capace guardarsi dentro e fare né più né meno che quello che legge nella sua anima. Assumendosene le responsabilità fino in fondo, anche davanti all'estremo.

giovedì 24 luglio 2008

L'energia del Sole (24 ore)

Quella che segue è la trascrizione integrale dell'intervista di quello che è secondo me il miglior quotidiano italiano - anche se raramente concordo con le sue posizioni - ad una persona che di nucleare se ne intende: Francesco Troiani, coordinatore della ricerca nucleare dell'Enea e presidente di Nucleco, la società partecipata da Sogin ed ENEA che si occupa di gestire le scorie nucleari a bassa e media intensità.
L'intervista mi sembra ben fatta, la cosa che mi stupisce (fino a un certo punto) è la totale mancanza di collegamento tra le premesse e le conclusioni del discorso; si dice che l'energia nucleare costa più delle altre, che l'uranio è in via di esaurimento e costerà sempre di più, che in regime di tassi di interesse alti (come sta accadendo) gli elevati costi di investimento renderanno quest'energia sempre più cara e.... però il paese deve "fare squadra per il nucleare". Ma che è, il Santo Graal?


Il Sole 24 Ore
23 LUGLIO 2008
«Fare squadra per il nucleare»
di Federico Rendina

Dieci anni per il ritorno del nucleare "made in Italy". Non prima, considerando i tempi tecnici necessari alla filiera industriale, alla ricostruzione delle strutture di controllo, al non facile recupero del consenso popolare. Non dopo, se tutto andrà veramente per il verso giusto. E guai ad assecondare la polemica sull'opportunità di mettere subito in campo le centrali di terza generazione o aspettare il sogno della quarta, che promette di digerire e riciclare in assoluta sicurezza perfino gli attuali detriti radioattivi, abbattendo drasticamente i costi operativi. Terza e quarta generazione potrebbero, anzi, andare a braccetto. Passandosi utilmente il testimone lungo la strada. A tracciarla, in questa intervista, è uno dei tecnici italiani più quotati: Francesco Troiani, coordinatore della ricerca nucleare dell'Enea e presidente di Nucleco, la società partecipata da Sogin ed ENEA che si occupa di gestire le scorie nucleari a bassa e media intensità.

A quali condizioni tecnico-operative è ipotizzabile un ritorno italiano alla produzione elettrica da nucleare entro qualche anno, come si propone il Governo?
Potremmo farcela solo se tutte ma davvero tutte le parti coinvolte, dagli organismi istituzionali e di controllo agli enti di ricerca e formazione, dall'industria agli operatori energetici, ma anche il mondo della finanza e le parti sociali, riusciranno a creare un vero sistema di cooperazione. L'energia nucleare può contribuire alla soluzione della questione energetica ma, sebbene presenti un basso costo per kilowattora, è caratterizzata da alti costi di investimento che devono essere salvaguardati attraverso programmi a lungo termine, con politiche di protezione degli investimenti e di stabilizzazione dei prezzi.

Qualche anno cosa vuol dire?
Dipenderà da quanto saremo efficaci e veloci nel ricostruire il cosiddetto "sistema paese" ed a riacquistare un più ampio consenso del pubblico. Non è consigliabile ripartire senza aver risolto le problematiche più urgenti. Il sistema regolatorio deve essere adeguato, aggiornando il regime normativo e ricostruendo le competenze delle autorità di controllo. L'industria nucleare deve avere un adeguato supporto per poter incrementare la capacità produttiva di componenti e di impianti, irrobustire le sue conoscenze, con l'ausilio di solidi piani di ricerca. Per non parlare del problema, rilevante, dell'informazione: bisogna eliminare le distorsioni e supportare un sistema
partecipativo al processo decisionale, per ristabilire una corretta percezione del rischio anche attraverso un confronto con le altre fonti energetiche. Azioni che richiedono almeno un paio di anni per fornire i primi risultati. E poi, se tutto marcerà per il vero giusto anche sul fronte autorizzativo, la costruzione di una centrale nucleare potrebbe richiedere circa 7/8 anni.

Cosa avrebbero di diverso le centrali nucleari progettate oggi rispetto a quelle che abbiamo chiuso con il referendum del 1987?
Principalmente la sicurezza e la durata, che con le attuali macchine può essere di molti decenni. Oggi la sicurezza nucleare ha raggiunto standard molto elevati, sviluppando il cosiddetto concetto della "difesa in profondità", che si basa su sistemi ingegneristici attivi e
passivi che in maniera automatica possono portare il reattore fino allo spegnimento in condizioni di sicurezza, con garanzia di contenimento della radioattività in ogni fase.

Costi?
I costi per la costruzione di una centrale nucleare, stimati nel 2005 dall'Agenzia per l'energia nucleare dell'Ocse, erano compresi tra i 1.500 e i 2.000 euro per kilowatt elettrico di potenza installata. Negli ultimi tre anni questi hanno subito un sensibile aumento, in funzione di una ripresa potenziale della domanda. Le transazioni commerciali sono coperte da riservatezza, ma si stima che i costi siano ancora inferiori ai 3.000 Euro per kilowatt, contro i 500-1.000 euro a kW necessari per costruire una tipica centrale a ciclo combinato di gas. Una centrale nucleare di media potenza, di circa mille megawatt, avrebbe dunque un costo intorno ai 3 miliardi di euro. Chiaramente, prezzi più bassi possono essere negoziati con il fornitore in funzione delle condizioni della fornitura e soprattutto del numero di unità acquistate. Ci sono poi gli altri costi da aggiungere: l'uso del territorio e gli oneri di sistema. La cosa più importante però è quanto costa l'energia prodotta dalla filiera nucleare e cosa può succedere in prospettiva.

Appunto, cosa succederà?
Sempre l'Agenzia Ocse nel 2005 stimava i costi finali in funzione del tasso di sconto, mostrando che con un costo del denaro al 5% i costi dell'energia in dollari per megawattora prodotto erano all'incirca i seguenti: nucleare 23-35, carbone 22-48, gas 40-55. Mentre con un costo del denaro al 10%, nucleare 31-53, carbone 28-58, gas 43-58.
Considerando l'aumento dei prodotti petroliferi, i costi riferiti al gas oggi vanno rivisti al rialzo.

Anche i prezzi dell'uranio non scherzano.
Vero. La prospettiva di crescita della domanda di energia nucleare ha generato un drastico aumento del costo dell'Uranio. Di fatto l'Uranio, dopo vent'anni di costi molto bassi, intorno ai 10 dollari per libbra, nel 2006 aveva raggiunto circa 50 dollari per libbra ed oggi è intorno ai 100 dollari. Sembrerebbe una situazione analoga a quella del petrolio. Ma la differenza sostanziale sta nel fatto che il costo dell'uranio incide solo per il 5% sul costo dell'energia elettrica finale, così un aumento del costo dell'uranio anche di 10 volte, porterebbe ad un incremento del costo finale dell'energia inferiore al 50%. Nel caso del gas, invece, dove l'incidenza del costo del combustibile sul prezzo finale dell'energia elettrica e del 70-80%, il trasferimento sul prezzo finale è pressoché integrale. Questi parametri devono essere attentamente valutati nello sviluppo degli scenari a lungo termine e nella definizione dei relativi piani energetici.

Stiamo parlando di centrali di terza generazione, disponibili oggi. La quarta generazione promette di tagliare anche i costi operativi, moltiplicando le risorse del combustibile, oltre a incrementare tutti i fattori di sicurezza. E' così?
Proprio così. La limitata disponibilità in natura dell'Uranio, a parte i costi, pone il rilevante problema della durata delle scorte accertate. Con l'attuale generazione di reattori, ai ratei di sfruttamento odierni, la produzione di energia nucleare
non potrà durare a lungo. Se nei prossimi decenni non si cambierà l'attuale parco di reattori con i cosiddetti "reattori veloci" le riserve accertate di Uranio si esauriranno in meno di un secolo, riproponendo a breve termine una situazione analoga a quella odierna sul petrolio e vanificando qualunque investimento nel settore. Inoltre, la quantità di scorie ad alta radiotossicità e a lunga vita, prodotte oggi con reattori di seconda e terza generazione, è destinata ad aumentare al ritmo attuale, ponendo in maniera sempre più decisa la problematica della gestione dei rifiuti radioattivi ad alta attività. In particolare, gli attinidi costituiscono, se rilasciati nell'ambiente, un grande pericolo per gli organismi viventi e, pertanto, per una corretta gestione occorre isolarli dalla biosfera per lunghi periodi, centinaia di migliaia di anni.

Le scorie: ecco un altro problema che in Italia non riusciamo a risolvere. La strada corretta qual è?
Per lo smaltimento definitivo il deposito sotterraneo in strutture profonde geologicamente stabili, associato ad opportuni sistemi di contenimento, è una soluzione accettata, tecnologicamente sostenibile ed è in programma in molti Paesi. E' evidente, però, che esistono forti motivazioni per accelerare l'industrializzazione di tecnologie che, attraverso processi di separazione e trasmutazione, permettano di ridurre fortemente le quantità, i tempi di confinamento, la radiotossicità ed il carico termico dei rifiuti a vita lunga, al fine di limitare quanto più possibile l'onere della gestione delle scorie radioattive e l'aumento significativo del numero dei siti di smaltimento. La comunità scientifica e l'industria di settore, stanno appunto fornendo risposte efficaci ad entrambe le problematiche con l'iniziativa Generation IV, che si propone di sviluppare e rendere disponibili i cosiddetti reattori di quarta generazione, capaci di massimizzare l'utilizzo del materiale fissile, anche attraverso processi di fertilizzazione, in modo da allungare decisamente la durata del combustibile nucleare a diverse migliaia di anni e, al tempo stesso, minimizzare la produzione dei rifiuti radioattivi a lunga vita, rendendoli combustibili per questi nuovi impianti, abbattendo quindi i costi.

E' realistica l'ipotesi del debutto della quarta generazione entro dieci anni?
I piani di sviluppo a livello comunitario ed internazionale, impostati negli anni passati
prima dei recenti avvenimenti che hanno suscitato notevoli preoccupazioni sulla disponibilità futura e a basso costo dell'energia, prevedevano tempi più lunghi.
Per esempio la Francia, che ha in esercizio reattori per una potenza elettrica installata per oltre 60 gigawatt, ha un piano che prevede l'industrializzazione dei reattori di quarta generazione fra alcuni decenni, al posto degli attuali. Altri Paesi potrebbero avere interessi più stringenti per accelerarne lo sviluppo e l'industrializzazione. I primi prototipi, anche se non con tutte le prerogative di quarta generazione, soprattutto sul ciclo del combustibile, potrebbero essere realizzati abbastanza presto ed alcuni dimostratori sono già previsti. Per una filiera industriale completa il discorso è diverso, dieci anni non sono molti e tutto dipenderà da quante risorse saranno disponibili per queste
attività e le competenze che si potranno mettere in campo. Non è facile dare una risposta certa a questa domanda, gli interessi e gli scenari possono cambiare rapidamente. Basti solo pensare all'atteggiamento che c'era in Italia verso il nucleare solo qualche anno fa. Oggi la situazione è completamente diversa. Chissà se i Paesi che hanno notevoli competenze e capacità in questo settore non decidano di anticipare drasticamente i tempi.

Allora non vale le pena di aspettare?
Queste scelte possono essere solo il frutto di uno studio ampio ed esaustivo. Sarebbe sbagliato e riduttivo farle in funzione delle opinioni personali che ognuno di noi può avere. C'è però un'altra possibilità: partire con le prime macchine di tecnologia attuale, nel frattempo supportare ed accelerare lo sviluppo dei reattori di quarta generazione e passare alla loro installazione non appena avranno raggiunto la necessaria maturità tecnologica. Anche questa possibilità, però, deve essere valutata all'interno di uno studio tecnico-economico e verificarne la reale sostenibilità.

Cosa ne pensa della collaborazione che sta allacciando in Russia la Del Fungo sui reattori di quarta generazione raffreddati al piombo?
Mi sembra molto interessante e promettente. Il sistema russo possiede notevoli competenze e tecnologie su questa filiera. Questo sistema è stato utilizzato anche per la propulsione dei sommergibili nucleari e oggi i russi stanno sviluppando dei modelli per usi civili. Anche l'Italia ha notevoli competenze in questo settore. Il reattore veloce al piombo è stata una
delle filiere sviluppate dall'Enea con i suoi partner, dedicando molte risorse e notevoli impegni su questo filone di ricerca, al quale ho partecipato personalmente.

23 LUGLIO 2008

mercoledì 23 luglio 2008

E’ più logico mangiare bio (logico)

di Cristiana Capagni
La Voce Democratica – 5-19 giugno 2008


Quanti fra noi non hanno mai sostenuto che “le cose di una volta” erano migliori?
Eh, i pomodori del campo del contadino, e chi li trova più… Signora mia, oggi è tutto artefatto, per carità… Il rimpianto per “i sapori di una volta” è piuttosto comune. Eppure c’è una inspiegabile resistenza psicologica al biologico, che pure – a onor del vero – ha un trend in continuo aumento. Chi compera e consuma preferibilmente prodotti biologici avrà senz’altro provato quella fastidiosa sensazione di esser guardato come se fosse un ufo anche un po’ credulone, e non importa se le persone con cui sta parlando siano di mentalità aperta e buona cultura. Mangi biologico uguale povero illuso.
La contrarietà che viene più frequentemente espressa è che “tanto ormai è tutto inquinato”, pertanto sarebbe inutile illudersi che si possano coltivare dei vegetali esenti dalla contaminazione. Tuttavia ci arriva pure un bambino a capire che un prodotto coltivato in modo organico, senza pesticidi e fertilizzanti chimici, sarà comunque meno inquinato da tali sostanze (che pure potrebbero in minima misura essere presenti ovunque, visto che le hanno rinvenute anche tra i ghiacci del Polo) rispetto ad un vegetale industriale.
La seconda opposizione è “ma perché, ti fidi? Chissà che roba è, ti prendono in giro”. Ma questo vale per qualsiasi prodotto, biologico o no: il rischio di frode esiste, e che non sia solo un rischio lo abbiamo visto di recente con i casi dell’olio extra vergine di oliva edulcorato, il vino avvelenato, la mozzarella di bufala alla diossina. Nessuno di questi prodotti era spacciato per biologico. Ciononostante il consumatore non pensava certo di mettersi nel piatto o nel bicchiere un compendio di prodotti chimici dannosi per la salute. Ed infatti era truffa. Perciò il rischio della truffa alimentare esiste in qualsiasi caso, biologico o non biologico.
Capita poi di imbattersi in tesi fantasiose, come quella che sostiene che i vegetali coltivati biologicamente sono rischiosi poiché al posto dei fertilizzanti chimici utilizzano i vecchi sistemi di una volta, ossia il letame, e che dunque bisognerebbe lavarli con maggior attenzione. Seguendo lo stesso ragionamento, viene da chiedersi perché mai allora non sostituire i prati con delle distese di erba artificiale, che a pensarci bene offrirebbe il vantaggio di non dover essere irrigata e di non sporcare le suole, e poi vogliamo mettere il vantaggio di sdraiarsi su di un prato senza formiche?
Se vogliamo consegnare alle future generazioni un mondo ancora capace di accogliere e nutrire le proprie specie, razza umana inclusa, dovremmo invece ricorrere quanto più possibile alle coltivazioni biologiche giacché – se anche non ci interessa cosa mettiamo nel piatto – non possiamo ignorare che l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici contamina la terra ed anche le falde acquifere per molti anni a venire.
Secondo un vecchio proverbio indiano, noi non abbiamo ereditato la Terra dai nostri genitori:l’abbiamo ricevuta in prestito dai nostri figli. Dovremmo trattarla meglio, per fargliela trovare in buone condizioni quando sarà il loro turno.