martedì 21 ottobre 2008

Cercasi Marx disperatamente

Chi mi conosce sa che lavoro in Banca d’Italia, che è uno dei centri nevralgici della gestione della crisi finanziaria di questi mesi, almeno per il nostro paese e per l’Europa; quanto sto per scrivere non rappresenta però un punto di vista privilegiato: intanto il mio mestiere non è quello dell’economista, e a seguire la crisi sono colleghi più competenti di me in questa materia; e poi, se avessi informazioni riservate non potrei ovviamente rivelarle.
Parlerò quindi – tanto per cambiare – di massimi sistemi; l’unico vantaggio che mi deriva dal mio lavoro, in questo caso, è il fatto di poter spesso affrontare simili argomenti con colleghi di grandissima professionalità, cultura e con esperienza ultradecennale, il che mi dà – oggi – una ragionevole certezza di non dire troppe scemenze.
Cominciamo dal concetto di rischio: io penso che esso sia ampiamente sottovalutato, in Occidente, da almeno quarant’anni; le società sono nate, in fondo, proprio per gestire rischi esogeni, cioè provenienti dalla natura: fame soprattutto, ma anche malattie, esposizione a intemperie e predatori, e così via. Al posto di questi rischi, più o meno decentemente gestiti, le nostre società hanno però generato dei rischi endogeni, che sono esattamente quelli con cui ci stiamo confrontando in questo periodo: il rischio di impoverimento, di perdita della propria posizione sociale, o addirittura della casa e di altri beni necessari. Per molto tempo – potremmo dire per tutto il periodo che va dal secondo dopoguerra a oggi - questo rischio è apparso talmente remoto da scomparire del tutto dalla percezione: fino agli anni settanta tutti erano certi di essere poveri, sì, ma anche convinti di star rapidamente migliorando la propria posizione, e che altrettanto sarebbe avvenuto in futuro; quando, nel decennio dei settanta, la crescita economica è cessata, ci si è dibattuti molto nella crisi, che infine è stata risolta per due vie: da un lato, usando lo strumento dell’indebitamento dello stato per finanziare la spesa corrente e, almeno in Italia, arruolare legioni di lavoratori pubblici inutili, fraintendendo dolosamente Keynes, che questo strumento lo vedeva a sostegno degli investimenti; questo ha spostato il costo della crisi di allora su chi avrebbe poi dovuto rimborsare quel debito, e cioè sulle generazioni future, che siamo noi: il debito italiano è una cifra che non riesco neppure a scrivere e ogni anno ci paghiamo sopra interessi per settanta miliardi di euro e oltre, che vengono sottratti ai servizi, alla scuola, al welfare e a tutto il resto. L’altra via è stato un affrancamento totale e incondizionato da qualsiasi controllo non del mercato, come si sente spesso ripetere, ma del grande capitale, che è una entità che il mercato tende più che altro a manipolarlo a proprio vantaggio; il grande capitale ha fatto il suo mestiere: ha intrapreso attività di ogni genere in giro per il mondo, si è moltiplicato a dismisura e le briciole sono state distribuite un po’ a tutti, finché la giostra è durata. Ed erano briciole importanti, che hanno creato un certo benessere e quindi hanno fatto chiudere tutti e due gli occhi sul modo in cui queste risorse venivano prodotte.
Hanno iniziato Reagan e la Tatcher, la caduta del muro ha dato ovvio impulso a queste politiche e, nel giro di un decennio, anche i maggiori partiti della sinistra mondiale – tipo il Labour di Tony Blair – si sono portati su indirizzi decisamente liberisti, lasciando l’onere di portare la falce e il martello a frange marginali destinate a scomparire.
Vedete, in questa rapida cavalcata il concetto di rischio ce lo siamo infine dimenticato anche noi; ma una politica liberista implica necessariamente una consapevole ricerca di rischi, che gli imprenditori si assumono perché vengano remunerati; la popolazione non ne veniva gravata perché per far funzionare il welfare (l’assicurazione contro i rischi per la gente comune) ci si indebitava, ma il gioco non poteva continuare per sempre, e infatti adesso il giocattolo si è rotto: molte imprese, tra cui le banche, grazie alle politiche amichevoli e permissive del liberismo sono diventate dei colossi transnazionali che nessuna legislazione statale può contenere, e hanno cominciato a trasferire parte dei rischi che si erano assunte sulla clientela, cioè su tutti noi. Lo hanno fatto facendoci inconsapevolmente partecipare ai loro investimenti, vendendoci prodotti di cui non capivamo niente e che erano in realtà pezzi (tranche, si dice in finanza) di crediti in capo a loro e che sono infine diventati inesigibili in una misura molto superiore a quanto stimato inizialmente; i famosi subprime, per esempio, e molto altro ancora. E poi a fare finanza non c’erano solo le banche: la finanziarizzazione è in realtà un momento pressoché inevitabile della fase finale dei cicli espansivi che caratterizzano il capitalismo, e si verifica quando i grandi capitali, non trovando più un impiego redditizio nell’industria -.perché troppo rischioso, o troppo costoso, o perché il mercato è saturo – si indirizzano verso l’ingegneria societaria e finanziaria: fusioni, acquisizioni, buy-out e così via. O verso la Cina, ma questa è un’altra storia e non è finanza, se non in parte.
Anche di fronte a tutto questo, uno potrebbe pensare che in fondo la cosa non lo riguarda, se non ha investimenti in borsa; ma questo non è vero, perché in borsa ci stiamo tutti, anche se non lo sappiamo: ci stiamo con l’indicizzazione del tasso di interesse del mutuo che abbiamo contratto, o con le quote del fondo pensione aziendale, che scendono a precipizio, o con il valore oscillante dei BOT che abbiamo sottoscritto. Insomma, una ricchezza che avevamo e che credevamo valesse un certo X ora vale molto meno, e se malauguratamente ci eravamo anche indebitati contando su quel valore finiamo in difficoltà. E il rischio, che credevamo di aver esorcizzato, rientra prepotentemente nella nostra vita. Con l’aggravio di un surplus – il debito abnorme - che non ci competerebbe, che viene dal passato, è stato scaricato su di noi per garantire il benessere a qualcun altro, ieri.
La finanza tocca la vita reale anche di chi non la fa, eccome se la tocca. Secondo me è ora di smettere di pensare alla finanza come al demonio o come a un casinò dalle regole incomprensibili, che si contrappone alla buona e sana economia reale; nella filiera produttiva del nostro mondo capitalistico la finanza è il luogo dove le imprese vanno a prendere in prestito i soldi per realizzare i propri progetti, e quindi i propri profitti, e quindi pagare i nostri stipendi. Può non piacere - e infatti a me non piace – ma è così, innegabilmente. Volere un mondo senza finanza è come voler cancellare – che ne so – l’industria dei trasporti.
Questo vuol dire che, in un mondo fatto come il nostro, non possiamo scandalizzarci se 850 miliardi di dollari più quasi 500 miliardi di euro per salvare le banche saltano fuori dalla sera alla mattina, e invece quei miseri trenta o anche meno miliardi di dollari l’anno per dimezzare gli affamati nel mondo non si sono mai trovati: le banche sono una colonna portante di questo sistema, l’impresa in sé lo è, e quindi vanno salvaguardate; se non lo facessimo, nel giro di pochi mesi saremmo tutti alla fame. Ma letteralmente, non per modo di dire.
Se ora ci scandalizziamo (io, almeno, mi scandalizzo molto) per il fatto che questi signori vogliono lo stato fuori quando fanno profitti e lo invocano invece a gran voce quando arriva la bufera, non è al semplice decoro che dobbiamo far riferimento: dovremmo avere il coraggio di mettere in discussione la stessa architettura di base del nostro mondo capitalista. Il richiamo al decoro non ha mai portato nessun risultato: ora che c’è la tempesta siamo letteralmente obbligati a soccorrere lor signori, che altrimenti ci seppellirebbero sotto una montagna di macerie; e quando tornerà il sereno ci troveremo noi con il conto in mano, sotto forma di ulteriore debito pubblico, mentre questi imperi economici riprenderanno a dettar legge agli stati nazionali – cioè a tutti noi – semplicemente comprandosi governi e parlamenti. O insediandosi direttamente dentro di essi, come da noi.
Dice che l’unico che ha provato a inventare un sistema diverso ha dato vita a molti tra i peggiori regimi della storia: è vero. Ma è forse bello questo? E soprattutto, non è che sta per venire giù? Un nuovo Marx, più lungimirante dell’originale, urge moltissimo. Fossi un presidente del consiglio, quasi quasi bandirei un concorso.

martedì 14 ottobre 2008

Donne, uomini e parità di diritti

di Cristiana Capagni – pubblicato su La Voce Democratica – Giugno 2007

Chi ha combattuto le battaglie per la parità dei diritti fra uomo e donna probabilmente è consapevole del fatto che molto, moltissimo è stato fatto ma che ancora parecchio rimane da fare.
Tra l’altro è una questione che non può avere confini: bisogna impegnarsi perché gli esseri umani siano considerati tali senza alcuna distinzione in qualsiasi zona di mondo.
Ciononostante è innegabile che le donne occidentali hanno conquistato un livello di emancipazione decisamente più elevato rispetto ad alcune realtà di contesti culturali differenti.
Rimane il fatto che la questione è scarsamente considerata dalle nuove generazioni. In effetti, molte giovani donne non sentono il problema sulla propria pelle e sono convinte che il tema non riguardi le donne occidentali. Questo significa che a livello generale la guardia è stata abbassata, e questo non bisogna mai farlo, è molto pericoloso.
Ciò detto e sottolineato, mi domando se quando affrontiamo tali temi non siamo colpevoli di superficialità nei confronti dell’altro sesso, quello cui affibbiamo l’etichetta di brutale e che forse dovremo considerare con maggior attenzione senza fermarci alle apparenze. Prima di tutto, migliorare la condizione femminile non può essere un’attività che si svolge entro compartimenti stagni: si deve agire contestualmente sulla condizione maschile. Che dall’esterno appare come una condizione “privilegiata”, di forza e di comando, tuttavia l’uomo che agisce tramite violenza fisica o psicologica nei confronti della donna sta esprimendo un suo disagio ed è su questo che andrebbe focalizzata un po’ di attenzione, perché se non si modifica il contesto nel quale il maschio cresce assorbendo valori errati, tutti gli sforzi per migliorare la condizione femminile saranno vani.
Non si tratta dunque (o almeno: non solo) di armare le donne perché siano in grado di difendersi dagli uomini, ma di far deporre le armi a quegli uomini che non sanno farne a meno, probabilmente perché solo dietro di esse si sentono al sicuro. Un atteggiamento aggressivo ha sempre come matrice una profonda insicurezza.
La maggior parte degli uomini però, se pure è vero che all’interno di ogni uomo è subdolamente in agguato un maschilista, non sono dei bruti che menano le mani. Dovremmo imparare a guardare ad essi come esseri umani: con le loro fragilità, i loro dubbi, le loro incertezze, le difficoltà enormi del trovarsi senza un punto di riferimento. Abituati fino a ieri ad avere modelli che non sono più validi oggi. In cerca di un equilibrio che è difficile trovare se continuiamo a sparar loro addosso, magari anche solo con una cerbottana.
Fra questi uomini, vi sono anche vittime. Padri separati ai quali vengono sottratti i figli, utilizzati come mera merce di scambio per ottenere un assegno di mantenimento più elevato.
Mariti che subiscono angherie sotto il ricatto “se divorzi ti rovino” e tanto si sa che è così, poiché a tutt’oggi il “coniuge debole” che viene tutelato è sempre la donna, nessun giudice verifica alcunché. Non è maschilismo anche questo? Perché si deve partire dall’assioma che la donna debba essere tutelata tout-court in caso di divorzio, riconoscendole dunque uno status di inferiorità? Non potrebbe darsi che sia l’uomo a dover essere tutelato? Eppure quanti casi si citano in giurisprudenza di ex mariti mantenuti dalle ex mogli?
Uomini che subiscono violenza fisica. No, non fa ridere. E’ drammatico. Perché proprio quei valori “di ieri”, quelli che oggi non riconosciamo più perché cristallizzavano la figura dell’uomo dominatore, ebbene sono proprio gli stessi che ci fanno ridere se è la moglie a picchiare il marito, che ci rimandano alle barzellette, che ci fanno archiviare la cosa con un “no, non è possibile”. Uomini che subiscono violenza psicologica. Anche qui, stentiamo a credere. Perché “l’uomo è il sesso forte”.
Eh no, se siamo tutti uguali, non esiste più un sesso forte né uno debole. Esistono esseri umani, cui vanno riconosciuti pari diritti e pari dignità. Caso per caso, se non costa troppo sforzo.

martedì 30 settembre 2008

Il posto magico



Almeno stasera voglio astenermi dal parlare male di qualcosa o di qualcuno. Pare quasi che gente come me viva solo per sputare veleno sul mondo, quando l’unica cosa che davvero mi sento di rimproverami, rispetto al mondo, è di amarlo troppo. Molti non capiranno questo che pare un ossimoro, ma le persone che mi interessano capiranno benissimo, e gli altri tanto non sanno manco cos’è un ossimoro; se sono capitati qui per caso hanno già smesso di leggere, e comunque non vale la pena di perdere tempo a scrivere per loro. Sciò!
Dunque, miei selezionatissimi lettori, oggi parlerò di quello che è forse il luogo che più amo al mondo; non pretendo che sia il più bello, e però bello lo è davvero. Di tutti quelli che ci ho portato (e sono tanti, l’ultima proprio sabato scorso) nessuno è mai rimasto deluso, e quindi facciamo parlare le immagini, anche se non rendono piena giustizia alla magia del posto.







Bello, eh?
E allora sappiate che il GPZ in questo posto ci è nato, e anche ora che il lavoro lo relega nell’ambiente urbano, tra catrame e cemento come il ragazzo della via Gluck, non perde occasione di tornarci.
E’ il luogo dove sta il mio cuore, il posto dove vado a godere delle cose che amo di più e dove mi rifugio quando ho bisogno di leccarmi le ferite. Quando sono immerso in quel mondo tutto mi appare così naturale e così giusto che, come dice Branduardi, "forse anche morire non fa male": tutto può starci, in fondo, sempre di natura si tratta, e non ci sarebbe da farne un dramma.
Ma siamo vivi, per fortuna, e questa meraviglia ce la possiamo godere. Quante cose potrei raccontare su questo posto, che non interesserebbero nessuno, ma che io non mi stancherei mai di narrare: le scorribande da bambino, le scampagnate da ragazzo (quelle con le ragazze erano chiaramente le più belle), le battaglie giovanili del mio gruppo di ventenni visionari che riuscì infine a far dichiarare tutta quest’area riserva naturale integrale, come è ancora oggi, anche se non so per quanto ancora, con l’aria che tira e con le aggressioni speculative incessanti di cui tuttora è oggetto questo territorio; ma si facciano pure avanti, finora questi speculatorucoli sono sempre tornati a casa con le corna rotte, quando hanno provato a toccare questo gioiello: il GPZ e la sua tribù non solo l’hanno fatta, la riserva naturale, ma la difendono con i denti.
Insomma, passa tutto per questo posto: il mio affacciarmi al mondo, il modo in cui ho imparato a conoscerlo, il mio romanzo di formazione, la passione per la natura della mia maturità.
Andate a conoscerlo, vi accoglierà.

lunedì 29 settembre 2008

Sì, ma dove?

Oggi durante la pausa pranzo ho girato per un po’ nelle viuzze intorno a via Nazionale, e ho visto nell’ordine: una signora elegante aprire le sigarette e buttare la plastichina per terra senza mai smettere di sculettare; un ragazzo che ha fatto lo stesso con la carta della pizza, senza sculettare, ma grattandosi virilmente in mezzo alle gambe; un’altra signora molto ben vestita che faceva cacare il cane sul marciapiede senza raccogliere il corpo del reato; una clochard molto messa male, con in testa più piaghe che capelli, calarsi i pantaloni e pisciare sulla pubblica via.
A Roma c’è un sindaco che sull’ordine, sulla sicurezza e sul decoro urbano ci ha vinto le elezioni amministrative, e fa parte di una coalizione che sugli stessi temi più Alitalia ci ha vinto quelle politiche. Perché è chiaro che a noi zozzoni di sinistra la città pulita non piace, e ci vuole ben altro nerbo per veder sparire dalle strade la monnezza.
Bene, allora mi piacerebbe sapere quali saranno le misure concrete perché io non abbia in futuro motivo di scandalizzarmi di nuovo per episodi come quelli di oggi.
Perché, ragioniamo: le signore e il ragazzo non sono certo gli unici rappresentanti della categoria degli imbecilli all’ombra dei sette colli, e in mancanza di campi di rieducazione mi pare poco credibile intensificare la presenza dei vigili e dell’AMA al punto da impedire a questi soggetti di nuocere: sono troppi, e toccherà abbozzare.
La clochard, che vogliamo farne?
Ovvio, i probi cittadini che hanno sostenuto l’efficienza muscolare di questa baldanzosa coalizione di centrodestra la vogliono fuori dalle balle, ché insudicia il centro storico con la sua semplice presenza prima ancora che con la pisciata; e deportiamola allora, va bene. Ma dove?
In fondo la galera per una pisciata mi pare decisamente troppo, e parrà troppo anche ai probi cittadini di cui sopra, quando si accorgeranno che in galera la gente costa, e costa cara; allora mandiamola semplicemente via, che i nostri occhi virtuosi non abbiano ad essere ulteriormente offesi dalla presenza di gente del genere. Sì, ripeto, va bene, ma dove? La mandiamo a depositare pisciatine in estrema periferia, per la gioia dei milioni che vivono in borgata e a legioni, oltretutto, hanno votato Alemanno? Mi sa che non gradirebbero. La mandiamo via da Roma, che diamine! O almeno fuori dal raccordo, come i Rom. Sì, ma dove? Perché fuori del raccordo non è che ci sia proprio aperta campagna, anche grazie all’inondazione di cemento di Veltroni, e la gente che ci vive abitualmente non è che sia tanto contenta di fare da pattumiera per i rifiuti del centro, che non può permetterseli perché deve fare da vetrina.
La vogliamo mandare in una struttura tipo una casa famiglia, con gente che si prende cura di lei e magari cerca pure di capire come mai si è ridotta così e vede se si può fare qualcosa per risvegliare il suo amor proprio? Ahimé, questo costa tanto, ma proprio tanto di più anche della galera… Per carità, e che adesso dobbiamo spendere i soldi per i rifiuti della società quando c’è tanta brava gente senza lavoro e senza casa? Giusto quei debosciati di sinistra possono pensare una cosa del genere. Mai!
Insomma, il succo è che alla fine delle signore e del ragazzo ci siamo scordati, e poi non mi stupirei di sapere che pure loro hanno votato Alemanno, come quel citrullo che si è fatto beccare a mignotte e ha giurato di non rivotarlo, perché chiaro che lui l’ordine lo voleva, ma a spese degli altri, mica a spese sue; sulla clochard, l’unica vittima vera, ci siamo invece accaniti, e meno male che mi sono fermato in tempo, perché mi stava pure venendo una certa fantasia… Che a qualcun altro è già venuta, a dire la verità… Insomma, ‘sti mostri, ma perché non li chiudiamo in una bella doccia collettiva e apriamo i rubinetti?
Ecco, l’ho detto…

giovedì 25 settembre 2008

Viaggio al termine della notte

E Celine non me ne vorrà se uso in modo improprio il titolo del suo libro (anche perché è morto da un pezzo, mi dicono).
Riprendo il mio post catastrofale (http://ilgattopuzzo.blogspot.com/2008/09/vedonero.html), che era appunto un addentrarsi ben bene nella notte fonda e nera che ci attende, e provo a spingermi ancora oltre; stavolta, però, mi rendo conto che il rischio di fare fantapolitica è forte, per cui faccio una premessa: tanto quello che sto per scrivere, quanto Vedonero, raccontano degli scenari. Uno scenario, ovviamente, non è il Vangelo, ma è una previsione che ha un certa probabilità di avverarsi; e mentre la probabilità che attribuisco a quello di Vedonero è piuttosto elevata, ne attribuisco una tutto sommato bassa a quello che sto per tratteggiare. Però descriverlo mi sembra lo stesso importante, perché una probabilità bassa è comunque una possibilità in nuce, ancorché remota, e magari potremmo anche scoprire con raccapriccio che in fondo non è poi nemmeno così remota.
Dunque, eravamo rimasti ad un’Italia del futuro (prossimo) federale, impoverita e incattivita, diciamo pure istupidita e completamente in balìa di una propaganda che esaspera a senso unico un solo tema – la sicurezza – usato a gogò dal governo centrale per sviare l’attenzione dai problemi economici e sociali e creare una valvola di sfogo alle pulsioni rabbiose del corpaccione elettorale, attizzando continue guerre tra poveri. In questo i governi che si susseguiranno troveranno buon appoggio – anche se in apparenza l’interazione sarà conflittuale – nei nuovi centri di potere locali, egemonizzati da un leghismo ormai esteso a scala nazionale e che sarà al tempo stesso forza di governo (locale) e di opposizione al governo nazionale, visto come controparte in un gioco politico che non si articola più sulla distinzione storica tra destra e sinistra, ma su quella tra potere centrale e potere decentrato. In questa nuova Italia la distinzione tra destra e sinistra non sarà più il discrimine in base a cui i cittadini sceglieranno la rappresentanza: già oggi vediamo che livellare le disuguaglianze (il programma storico della sinistra) non solo non è più possibile, ma non interessa neanche più; quelli che oggi strillano contro l’allargarsi a dismisura della forbice tra ricchi-ricchissimi e gente comune che sempre più scivola nella povertà non si organizzano per perseguire collettivamente una politica dei redditi, che sarebbe un progetto di sinistra; piuttosto, progettano individualmente azioni idonee a fare il gran salto dalla parte dei fortunati, o almeno a raccogliere qualche briciola del loro banchetto. Sembrano più mossi da invidia che da sentimenti di giustizia sociale, stringono alleanze precarie e strumentali per affrancarsi individualmente dal proprio destino miserabile e sono quindi, politicamente parlando, compagni di strada infidi e rissosi, pronti a tirare fuori il coltello contro gli stessi alleati di un quarto d’ora prima, qualora dovessero conseguire un vantaggio anche piccolo, ma tale da farli ritenere ormai fuori dalla volgare schiera (scusa, Dante, se uso i tuoi versi in un contesto così indegno). In presenza di questa nuova polarizzazione – centralisti versus localisti – forze come il PD, se non si saranno disintegrate prima, non avranno alcun motivo di stare all’opposizione: stringeranno senz’altro un’alleanza di governo con gli eredi del PDL, sostituendo la Lega, ma – a differenza di questa – saranno in posizione subalterna. Veltrusconi alla fine camminerà tra noi, insomma, e chissà che non siano ancora loro due, dati i tempi biblici del ricambio dei vertici politici in Italia, a creare questo Frankstein.
In questo scenario, a implodere potrebbe essere proprio la costola forzitaliota del PDL: da sempre tentata dal leghismo, l’emergere di localismi forti potrebbe costringerla a portare alla luce questa contraddizione di fondo, svuotando di consensi un partito (anzi, una corrente del PDL) che a quel punto avrebbe fatto il suo tempo, avendo oltre tutto raggiunto il suo scopo; avendo compiuto la sua mission, direbbe Voi-Sapete-Chi, essendo la mission nient’altro che affermare in Italia la nuova egemonia “culturale” dell’individualismo solipsistico e autoreferenziale (e un bel po’ telerincoglionito) così funzionale ai padroni del vapore per liberarsi di qualsiasi rivendicazione sociale.
Venendo così a mancare, a livello centrale, il nerbo vero e proprio della coalizione di governo – il PD, se ci sarà ancora, sarà una pallida ombra, e Alleanza Nazionale è un partito nato farlocco e vigliacco – è possibile che le spinte autonomiste del Nord ricco riprendano vigore, e si arrivi infine ad un divorzio addirittura consensuale dal Centro-Sud: in fondo – si dirà – è una separazione solo “funzionale”, nel senso che tutti e due i tronconi staranno comunque nell’Unione Europea; e anzi il Sud, con una ritrovata povertà nazionale, potrebbe tornare a beneficiare di quei finanziamenti UE per lo sviluppo che ha perso quando a far parte dell’Unione sono arrivati stati poveri come la Romania. Alle elite del Sud, storicamente figlie della criminalità organizzata, la cosa non dovrebbe dispiacere: fondi UE da intercettare per le clientele e un territorio in cui la criminalità organizzata può finalmente farsi davvero e ufficialmente stato, dopo tanti decenni in cui ha svolto le stesse funzioni – dall’ordine pubblico al pagamento delle pensioni alle vedove degli uomini d’onore -, ma illegalmente. Senza contare il fatto che, con leggi ad hoc, il Sud si potrebbe proporre – e stavolta legalmente – come fornitore di servizi indispensabili al Nord: smaltimento a basso costo di rifiuti tossici, per esempio. Chiaro che, operando in questo modo, nel medio periodo il Sud finirebbe fuori dalla UE; ma questo evento è sufficientemente lontano nel tempo da non preoccupare nessuno di quelli che sono vivi e fanno affari oggi; e “in the long run”, come diceva Keynes, saremo tutti morti.

martedì 23 settembre 2008

Non buttiamoci giù

Mamma mia, che roba da incubo è diventato questo blog! Ma perché nessuno mi dice niente? Ho riletto un po’ di post, sono pieni di figuri tristi, cose brutte, scenari apocalittici!
Ma insomma: uno ha un successo planetario (certificato: voi non lo sapete, ma abbiamo sfondato già il tetto dei dieci visitatori quotidiani e ce ne sono almeno quattro tra Inghilterra e Stati Uniti, di cui due a me sconosciuti!) e nessuno che gli fa osservare che sta scivolando nemmeno troppo lentamente su una china cimiteriale! E mica si fa così!
Però certo… l’ispirazione a scrivere di cose belle ed edificanti di questi tempi proprio non mi viene… Come si fa?
E allora facciamo così: se proprio di loschi figuri dobbiamo parlare, almeno divertiamoci un po’ alle loro spalle. Nell’ultimo post profetizzavo la fine di certi pseudopolitici della fu sinistra radicale, che finiranno probabilmente a fare, prima o poi, i tristissimi mestieri che da sempre avrebbero dovuto praticare, invece di infelicitare tutti noi; propongo di giocare insieme. Io avevo iniziato con:

Paolo Cento, Verdi per la Pace, ex sottosegretario all’economia con Padoa Schioppa: uscere in divisa blu in un museo abbandonato, tipo quello della Civiltà Romana all’Eur, che totalizzerà sì e no una ventina di visitatori l’anno. E a tutti dice: "voi oggi mi vedete qui, ma io vent'anni fa ero sottosegretario..." facendoli scappare.

Voi che (e chi) suggerite? Scrivete le vostre profezie nei commenti, anche a cinque per volta se volete, parlando di chi vi pare, anche se non è di sinistra e magari non fa neppure il politico; poi ci penso io a sistemarle per bene in un post come si deve.

domenica 21 settembre 2008

Vedonero

Non avrei voluto più scrivere post politico-filosofici, che tanto mi piacciono mentre li scrivo quanto mi annoiano quando li rileggo, e ai quattro frequentatori in croce di questo blog devono fare un effetto ancora più deprimente, non essendosi nemmeno divertiti a scriverli; però c’è qualcosa che mi si agita dentro da mesi, e alla fine mi tocca almeno provare a dirlo. Confido nella pazienza di tutti e chiedo scusa in anticipo per il tono vagamente profetico che finirò per infondere a questo post: vorrei evitarlo, ma tanto lo so che non ci riesco.
Io penso che la sinistra italiana, come l’abbiamo conosciuta e come la immaginiamo ancora noi nati prima della caduta del muro, sia definitivamente morta.
L’anno zero è infine arrivato e ce lo siamo lasciato alle spalle, anche se qualcuno ancora non se ne è accorto e sta lì a berciare in piazza di falce e martello e di politiche antagoniste, di rinascite e rifondazioni, di ritorno alle origini e al territorio. I Diliberto, i Pecoraro Scanio, i Bertinotti - ve lo posso assicurare perché un minimo di frequentazione con ambienti a loro vicini ancora lo mantengo – non ci credono più neppure loro e (visti certi comportamenti) forse non ci credevano neppure prima; ma si illudono di poter mettere nel sacco una volta di più uno zero virgola percento di elettori per riconquistare uno strapuntino, e come biasimarli? In fondo, star seduti in parlamento è l’unica cosa che hanno imparato a fare, nella vita, e la pagnotta a casa ce la devono portare pure loro. Certo, Voi-Sapete-Chi ha in mente di tagliarli fuori definitivamente con lo sbarramento al cinque percento, con l’ovvio benestare tacito di Veltroni, ed è quindi probabile che di certa gente non sentiremo parlare mai più.
I meno impresentabili tra loro troveranno ospitalità nel PD e pagheranno dazio, perché quel partito è una mafia che ti può anche accogliere se porti in dote qualche voto, ma poi ti sia chiaro che ti devi accontentare dello strapuntino e non devi rompere le palle con temi desueti come l’ambiente o la politica dei redditi, che loro hanno da fare ben altri affari: chiedete a Caltagirone e compagnia palazzinara di come hanno vissuto a Roma sotto Veltroni, se volete avere maggiori delucidazioni in proposito. E con questo abbiamo anche detto quanto si può sperare dal PD.
Degli altri, gente tipo Paolo Cento e altri decerebrati del suo genere, non mi stupirei di ritrovarmeli, tra qualche anno, a fare gli usceri in un museo semideserto, impegnati nella recita del proprio epitaffio, che propineranno quotidianamente con riflesso pavloviano ai pochi sfortunati turisti capitati in qualche afoso pomeriggio agostano nel deserto polveroso che circonderà la loro scrivania: - lei ora mi vede qui, ma vent’anni fa ero sottosegretario…
La sinistra, storicamente, ha trovato la sua ragione di esistere nell’abbattimento delle disuguaglianze, a cominciare da quelle economiche; la crisi – questo non lo scopro certo io - è con tutta evidenza mondiale, perché oggi questo mandato non se lo da più nessun partito di sinistra, nemmeno quelli al governo. E’ impossibile che se lo diano, se non nei proclami elettorali, perché con la fine dell’illusione comunista e l’attacco sempre più violento di cui è oggetto il concetto stesso di socialdemocrazia, l’unico paradigma economico rimasto disponibile sulla piazza è quello capitalista, che tutto può fare tranne che ridurre le disuguaglianze. In mancanza di un nuovo Marx che inventi un regime meno cruento e più efficace del comunismo quale alternativa egualitaristica al capitalismo, la sinistra ha quindi esaurito la sua missione storica. Sulla saracinesca abbassata e rugginosa può anche scrivere “Chiuso Per fallimento”, o “In liquidazione”.
Credo che nei prossimi due-tre anni assisteremo anche ad una progressiva disgregazione del PD, perché chi vuole fare affari troverà più comodo farli stando dalla parte di chi comanda, e quel che resterà di quel partito sarà tenuto in vita con la respirazione artificiale proprio da Voi-Sapete-Chi, che troverà molto comoda la (non) opposizione di quella combriccola, piuttosto che un antagonismo vero da parte di qualche forza nuova interessata ad occupare il posto che fu di Berlinguer.
Questo potrebbe produrre uno scenario articolato in due movimenti: intanto una risorgente opposizione extraparlamentare armata, ma stavolta senza un programma rivoluzionario come negli anni settanta; semplicemente un’opposizione emarginata e disperata che sparerà per rabbia e ribellismo frustrato, non trovando più alcun canale istituzionale in cui veicolare le proprie istanze; credo che sarà questo il frutto avvelenato dello sbarramento al cinque percento, e Voi-Sapete-Chi ne sarà felice, perché nella paura che susciterà questo risorgente terrorismo troverà l’humus perfetto per spazzare via qualsiasi ombra di opposizione al pensiero unico dominante e potrà perpetuare il proprio potere con periodiche, rassicuranti esibizioni muscolari, perché sarà molto facile sbattere in cella ed esporre al pubblico ludibrio, periodicamente e alla bisogna, qualche disperato con una molotov in mano. Adesso, in mancanza di terrorismo interno, cerca di accaparrarsi almeno un attentatino sul fronte internazionale e quasi lo implora – ma che cosa hanno Zapatero e Blair che io non ho, perché a loro le bombe le avete date e a me no… - O come altro leggere le sue periodiche sparate contro l’Islam (l’ultima è di ieri, Ahmadinejad paragonato a Hitler, con ovvia conseguente levata di scudi dell’islamismo radicale).
L’altro movimento potrebbe avvenire invece sul versante istituzionale: se non vorrà perdere la propria ragione di esistere – e non vorrà farlo, almeno perché alle poltrone conquistate nessuno vuole rinunciare – a incarnare l’opposizione vera sarà la Lega, o ciò che diventerà. Non più, quindi, un confronto destra-sinistra come siamo stati abituati a vedere tutti noi, fin dalla nostra nascita, ma una dinamica centro-territorio potrebbe diventare il luogo della contesa politica. In fondo, è qualcosa che sotterraneamente sta già accadendo: la Lega non è interessata ai temi tanto cari a Voi-Sapete-Chi, tipo la giustizia o il business delle telecomunicazioni, e se sta con lui è solo per portare a casa il federalismo; quando l’avrà ottenuto in forma compiuta, sotto forma di autonomia impositiva delle regioni e riforma del Senato in senso regionalistico, troverà più conveniente tornare al territorio, e probabilmente si articolerà in una forma tale da poter stringere alleanze proficue anche con le forze autonomiste del Meridione. Già ora le concessioni più grosse il nano alfa le ha dovute fare quando ha puntato i piedi Bossi, non certo quando si è mobilitato il PD; e lo stesso Bossi non si fa pregare troppo quando c’è da fare la voce grossa, dimostrando che questo centro-destra un padrone ce l’ha, sì, ma in fondo a lui non fa poi così paura. Ed è normale, essendo il suo partito l’unico, nella compagine di governo, che può vivere e prosperare anche senza la tutela di quel padrone. La sicurezza sarà probabilmente il terreno privilegiato su cui si svolgerà la pantomima governo centrale versus rappresentanze territoriali: con le seconde a invocare la forca per tutti gli esclusi, siano essi delinquenti veri o semplicemente poveri senza casa; e il governo centrale a speculare sulla lite per sviare l’attenzione dal sempre più devastante impoverimento delle classi medie, molti membri delle quali si troveranno un giorno, con loro sorpresa, ad essere oggetto delle stesse discriminazioni che avevano così tenacemente invocato per gli altri, prima di diventare poveri loro stessi.
E qui mi fermo, perché lo scenario è da incubo e mi sto sentendo male solo a immaginarlo. Chiaro che io la palla di cristallo non ce l’ho, scrivo quelle che sono le mie sensazioni, e purtroppo sono queste, sono pessime. E spero tanto di sbagliarmi, ma non di poco, mi vorrei sbagliare proprio di grosso e rileggere tutto questo tra dieci anni pensando a quanto ero coglione appena un po’ di tempo prima.
Un’ultima considerazione, ed è per noi stessi, essendo “noi” gli appartenenti a quella generazione nata negli anni sessanta e che forse è stata l’ultima del dopoguerra, quella che ha frequentato una scuola davvero antifascista, che ha tra i propri valori la giustizia sociale, un certo egualitarismo, e che ha ottenuto un posto nella vita quasi sempre a prezzo di studio serio e duro lavoro.
Noi potremmo forse essere lasciati in pace e semplicemente esclusi (come di solito già siamo ora) da qualsiasi dinamica di potere, e sarebbe già tanto; più probabilmente, in un’Italia sempre più incattivita e povera, noi saremo i privilegiati da additare domani alla furia popolare: quelli che hanno un posto di lavoro discretamente remunerato, che hanno la fortuna di avere una certa sicurezza economica, e vedrete che il come ci siamo conquistati queste cose non importerà a nessuno. Sarà ovvio, sarà scontato, che le avremo avute indebitamente, le avremo scippate. Le avremo rubate.
Ieri i Rom e gli extracomunitari, oggi i dipendenti pubblici e quelli di Alitalia, domani gli insegnanti, dopodomani alla fine toccherà anche a noi, non so ancora con quale etichetta collettiva, ma state certi che ce ne troveranno una. E così il nano alfa prospera e dal suo ritiro il Venerabile benedice: in fondo, non ci sperava più nemmeno lui, negli anni ottanta, che un giorno il progetto della P2 sarebbe diventato realtà.