Ed eccoci di nuovo qui, dopo parecchi giorni di latitanza. Dovrei forse raccontare della spedizione di capodanno in Cruccolandia, ma in fondo è stata più che altro una gita piacevole e rilassante, senza avventure o disavventure comiche che possano valere la pena di un post. Parliamo quindi d'altro.
E' accaduto sempre più spesso, di recente, che il GPZ si imbattesse nelle memorie della propria infanzia, che quasi sempre si sono manifestate sotto forma di libri. E' vero che da un po' di tempo sono diventato un assiduo frequentatore di quelle bancarelle dove, in mezzo a un catafascio di cartaccia, se uno cerca con pazienza può trovare delle autentiche rarità; deve essere che, nonostante il pelo sia grigio ormai da tempi immemori, sono entrato solo di recente in quella fascia di età in cui la nostalgia per il proprio affacciarsi al mondo diventa talmente acuta da farti quasi riassaporare fisicamente le sensazioni di allora. Di solito attraverso un film, un luogo, o più spesso un oggetto come un libro. Poco tempo fa ho parlato della favolosa antologia Salinari - Calvino, ritrovata su una bancarella a Porta Pia (
), e dei magnifici racconti di fantascienza (non solo, ma quelli mi piacevano più di ogni altra cosa) che conteneva; stavolta andiamo direttamente alla fonte, perché Einaudi ha ripubblicato
Le Meraviglie del Possibile, la mitica antologia della fantascienza curata da Fruttero e Solmi, uscita per la prima volta negli anni settanta; molti dei racconti di fantascienza più belli che abbia mai letto vengono da qui: ci sono Bradbury, Brown, Simac e qualche altra decina di grandi maestri, di quelli che scrivevano quando ancora si poteva pensare che su Marte ci fossero i residui di una civiltà antichissima, e su Venere creature acquatiche ghiotte di canne marcite e dotate, inaspettatamente, di intelligenza superiore.

Roba anni quaranta, insomma. La cosa che più mi colpisce, rileggendoli adesso, è come questi racconti fossero pieni di ottimismo per le sorti dell'umanità: si parlava, è vero, anche di guerre galattiche e di delitti atroci (immaginare un genere umano finalmente avviato alla spiritualità evidentemente è troppo anche per la fantasia più sfrenata), ma tutto questo era ambientato comunque tra le stelle, su pianeti remoti che l'uomo sarebbe stato capace di raggiungere, sia pure per farci la guerra. Insomma, si dava quasi per scontato un progresso che ci avrebbe portato a superare la nostra stessa limitata essenza di bipedi di terra. Sentite cosa arriva a dire Sergio Solmi nell'introduzione: "
[...]la letteratura fantascientifica potesse configurarsi come una sorta di preludio e di accompagnamento del superamento dei limiti terrestri e della conquista del cosmo da parte della specie umana, allo stesso modo in cui il romanzo cavalleresco aveva preceduto e accompagnato la grande espansione della civiltà europea al di là dei mari e nelle terre del nuovo mondo [...]. Insomma, ci credevano davvero che avremmo conquistato i cieli! Da bambino divoravo questa roba e immaginavo me stesso adulto imbarcato su un'astronave, o su una macchina del tempo, lanciato oltre le frontiere conosciute... Come immagino facciano tutti i bambini. Però, se li leggo con gli occhi dell'adulto che sono diventato, e soprattutto se confronto questi racconti con tutta quell'altra fantascienza che ho divorato da adolescente, negli anni ottanta, e poi da adulto, fino ad oggi, mi salta agli occhi la differenza di atmosfera: William Gibson, che pure ho amato molto, spesso non si schioda dalla Terra e magari immagina una storia alternativa, in cui Babbage ha realizzato nell'ottocento la sua macchina alle differenze e Marx ne è il programmatore, in uno scenario fantastorico forse più cupo di quello che si è realizzato veramente; passando ai fumetti, il Batman degli anni ottanta è dark, tormentato, oscuro (è quello che ha ispirato l'ultimo film della serie,
Il Cavaliere Oscuro, per l'appunto), e così il suo alter ego Marvel, Daredevil. Niente ottimismo, niente stelle, niente viaggi nel tempo, se non creare scenari apocalittici. E dopo è stato sempre peggio, tanto che per poter dipingere mondi vergini e sbrigliare davvero la fantasia si è dovuti ricorrere al fantasy, che la realtà non la estrapola come la science fiction, ma la inventa di sana pianta. Sarà la mia memoria ad ingannarmi, ma mi pare proprio che la grande esplosione del fantasy (il novanta percento del quale non è imperdibile) risalga proprio agli anni ottanta, dopo i remoti lavori pionieristici (e insuperati) di Tolkien. Naturalmente, a fasi alterne, continuo a divorare sia la science fiction di serie A, sia i polpettoni fantasy di Terry Brooks, ma ogni tanto mi viene nostalgia, mi lascio andare alla regressione infantile e mi sparo un raccontino di quelli là... Le meraviglie del possibile, appunto: quando il meraviglioso veniva ancora ritenuto possibile.