Per capire il mondo spesso è sufficiente osservarlo, senza starci a elucubrare troppo sopra. A me invece capita spesso di presumere troppo da me stesso, e allora mi lancio nella scrittura di quei post che, a posteriori, riconosco poi noiosissimi. Sono facilmente riconoscibili, perché si atteggiano a saggi brevi di matematica, economia, storia, sociologia o, - goduria sublime! – tutte queste cose insieme, per la confusione massima mia e di chi persiste nel leggermi.
Mi sono chiesto spessissimo, per esempio, come fa una persona intelligente e colta a votare per Chi-Sappiamo-Noi, che per Harry Potter vuol dire Voldemort e per noi indica… Beh, chi sappiamo noi. Perché ce n’è, di gente intelligente e colta che lo vota, e molti di loro pretendono di non farlo esclusivamente per interesse di parte. Perché è evidente: se si è intelligenti, colti e fondamentalmente egoisti, e in più nella vita si gode di un bel posticino al sole, allora è perfettamente chiaro perché lo si vota; il problema si pone per quelli che non solo sono intelligenti e colti, ma pretendono pure di essere in buona fede.
Il destino, evidentemente stufo dei miei sproloqui teoretici, mi ha messo nella condizione di osservare la Dama del Lago. Ci presenta un'amica comune che è entusiasta di lei: è chiaro che la Dama la incuriosisce, la trova affascinante e in qualche modo forse esotica, e probabilmente non ha torto.
- Sai, dice invitando me e la mia signora Cucciola a raggiungerla mentre è con la sua amica, che A. è proprietaria di un lago? Pensa, in Italia solo lei e un’altra persona hanno un simile titolo di proprietà.
Il GPZ, che in queste cose è molto vetero-repubblicano e non si è mai distaccato troppo dal comunista che fu in gioventù, chiaramente sobbalza - ma che dici, i beni demaniali, e la proprietà pubblica, e bla e bla e bla… Ma poi sto zitto, per non imbarazzare l’amica, davvero carissima.
La cena è proprio in riva a quel lago: un ristorantino davvero notevole per atmosfera e, scopriremo poi, anche per cucina. La Dama arriva e si presenta: cinquantacinque, forse sessanta, alta, bel portamento, chioma argentea, espressione severa ma non corrucciata, sguardo diretto, residui ancora cospicui di una bellezza non del tutto trascorsa. Il ristorantino, com’è ovvio, non è suo, ma si muove come chi è di casa: ci aiuta a ordinare, soprattutto me, che causa sindrome metabolica sono in costante difficoltà nel trovare cibo che non sia un attentato alle mie arterie e abbia però anche un minimo di sapore.
L’atmosfera è sciolta, si parla con cordialità, per cui figuriamoci se mi perdo l’occasione di sfruculiarla, e parto con la domanda; però non resisto alla tentazione di rispondermi da solo, anticipando che ovviamente non è possibile, e tutt’al più lei avrà un qualche diritto sulla produzione ittica e roba del genere, ma giammai può essere proprietaria delle spiagge e delle acque. Il seguito mostrerà che ho ragione, ma la Dama si irrigidisce sottopelle, una tensione appena percepibile, e puntualizza scandendo le parole che sì, la sua famiglia è proprietaria del lago da più generazioni, come suggellato da bolla del pontefice Pio X o XX e spiccioli. Il titolo si concretizza, ai giorni nostri, in un surgelatore pieno di coregoni, che A. ha il diritto di esigere da chi pratica la pesca sul piccolo specchio d’acqua, e che a onor del vero non esige molto di frequente, anche per non intasare l’elettrodomestico.
Lascio cadere l’argomento, sento di aver toccato un punto identitario, una di quelle piccole cose che ciascuno di noi coltiva per sentirsi speciale e che agli occhi degli altri sono forse debolezze, ma debolezze innocue, e non fanno male a nessuno.
Per il resto della sera più che altro ascolto: la Dama ha un'azienda agricola sulle rive del lago, e mal sopporta i vincoli che vengono dal parco naturale che include anche i suoi terreni. Racconta di vessazioni da parte dei guardiaparco, che ad approfondire il discorso però a me sembrano più provenire dal comune; diciamo che lei semplicemente non lo sa, chi è che la ostacola nel costruire il nuovo capannone, nel recintare un appezzamento coltivato, nell'asfaltare la strada che porta alla sua tenuta: non lo sa, ma freme e scalpita per non poter disporre disporre come meglio crede di "ciò che è mio", e quindi non le interessa capire da che parte vengono gli impedimenti, veri o presunti, perché lei per queste cose non ha tempo, perché "io ho un'azienda da mandare avanti". Ovvio, io non posso sapere se le vessazioni sono reali, magari la Dama ha ragione da vendere, ed essendo il GPZ ambientalista di antichissimo pelo, che conosce molto bene il vizio di molti cosiddetti duri e puri, non faccio fatica a credere che molte delle cose che racconta siano vere; ma questa rappresentazione caricaturale del personale del parco, manco fossero le Sturmtruppen; questa visione unilaterale di dove stanno i diritti (tutti dalla parte della proprietà, ovviamente); questa totale mancanza di rispetto per il lavoro degli altri, i guardiaparco, che nella migliore delle ipotesi sono dei fancazzisti pagati per andarsene in giro in fuoristrada, e nella peggiore degli estorsori; tutto questo è fastidioso. Il caso vuole che la capa di questa setta di presunti sadici assetati del sangue e del denaro della Dama risponda al nome di L. e si scopra più o meno a metà cena che si tratta, in realtà, di una ragazza con cui il GPZ è letteralmente cresciuto insieme: capace, sì, di eccesso di zelo, ma di certo anche graniticamente incorruttibile.
La narrazione della Dama comincia a vacillare, ma lei non arretra: continua imperterrita a lanciare strali contro il parco, che "non si può fare in una zona dove esistono quattro aziende agricole"; che in realtà il parco serva anche a far crescere queste aziende, e che se si dovesse usare un criterio del genere in Italia non ci sarebbe un solo parco, la Dama lo ignora: sa lei come far prosperare la sua, di azienda, purché la smettano di strangolarla con questi stupidi divieti. Certo, in un'altro tempo, quando ancora si poteva parlare di diritti collettivi e di fruizione del territorio senza essere accusati di sovversione, sarebbe stato facile opporre a questi argomenti monolitici (e monocordi) le ragioni della comunità, che ha diritto di veder tutelato un pezzo di natura incontaminato, indipendentemente dai cartelli con scritto sopra "sciò" che un proprietario può averci piazzato; le ragioni della Costituzione della Repubblica italiana, che è (ah ah, che ridere!) fondata sul lavoro, e non sulla proprietà privata; addirittura le ragioni degli animali selvatici, che se trovano tutti i sentieri sbarrati da recinzioni non possono più muoversi liberamente per procurarsi il cibo e alla fine muoiono; le ragioni del suolo, che se viene sistematicamente impermeabilizzato con colate di asfalto e di cemento e fondamenta di costruzioni non assorbe più l'acqua piovana e crea torrenti in piena ad ogni temporale. Io ascolto senza replicare, poi alla fine le spiego, semplicemente, che cosa è un parco e quali sono i documenti che deve chiedere all'ente gestore per sapere in modo certo cosa è suo diritto fare e cosa no; aggiungo pure che trovo strano che lei, dopo tutti questi anni di battaglie, ancora non sappia niente di quanto io le sto dicendo.
Ma la conversazione rischia di farsi pesante per l'amica cara che ci ha invitato e per la signora Cucciola, per cui la lasciamo scivolare su altro, ci allontaniamo da questo potenziale terreno di scontro, salvo inciampare un'altra volta quando cominciamo a parlare di architettura: lì viene fuori che il cattivo gusto e la speculazione edilizia criminale che hanno devastato il paesaggio italiano sarebbero per la Dama niente più che il peccato veniale di un popolo giovane ed entusiasta, che nella smania di crescere sì, ha commesso degli eccessi, ma insomma, si tratta pur sempre di slancio vitale, sembra voler dire la Dama; solo sembra, perché qui mi inalbero davvero e le impedisco di proseguire, ma dov'è quest'energia vitale degli italiani, questo popolo rincoglionito governato da gerontocrati egoisti, questa accozzaglia di pecoroni incapaci di qualsiasi spinta in avanti, di qualsiasi innovazione. Dov'è? E incredibilmente, forse con il solo scopo di piantarla lì, la Dama mi dà ragione. Ma gli occhi dicono un'altra cosa.
La cena finisce, saluti, bacini sulle guance, invito a casa per la prossima volta, pare che sia davvero bellissima questa tenuta sul lago, la dobbiamo assolutamente vedere; e ci andrò se la Dama ci inviterà, perché nonostante quel po' di tensione la conversazione è stata interessante, e la Dama non mi è dispiaciuta. Fra l'altro di preferenze partitiche non si è mai parlato, non lo so se davvero vota per Chi-Sappiamo-Noi, ma ce la vedo. E' questo che ho capito: come fa una persona intelligente, colta e convinta di essere in buona fede a schierarsi da quella parte. Oddio, sulla buona fede forse qualcosa da dire ci potrebbe essere, ma in fondo per costruirsi questo alibi basta fare come fa lei: ignorare sistematicamente le ragioni dell'altro, ridurlo a caricatura, deriderlo, sminuirlo, fare piazza pulita dei suoi valori (attenzione: non contestarli, che è già riconoscerli, ma proprio ignorarli) e lasciare in campo solo i propri, di valori. O, ormai si può dire, di interessi.
Sono passati un paio di mesi da quella cena, ma alla Dama ogni tanto ci penso ancora. Brava persona, certamente, secondo i canoni borghesi, e probabilmente ospitale e generosa, eppure a me è rimasta l'impressione di un fondo gelido che si cela in lei, come se qualcosa dentro le fosse diventato pietra. Ho conosciuto altra gente così, che dal linguaggio, dal modo di muoversi e da mille altri particolari tradisce una gioventù, forse anche un pezzo di maturità, in cui pensavano altro, o almeno dicevano di voler fare altro, e poi "al disvelar del vero", direbbe Leopardi, hanno sbracato e si sono fatti pure le loro ragioni, posticce eppure solide abbastanza da poter occupare il posto che fu degli ideali, o almeno delle idee. Gente che ieri voleva cambiare il mondo e oggi vive di Yoga e business, di filantropia magari, nel senso che restituisce le briciole di ciò che prende e tacita così una coscienza che qualche inquietudine deve pure nutrirla: in fondo è così che si fabbrica la buona fede.
Non so, in questo il GPZ forse è davvero molto vetero, ma a me pare che questi non siano i piccoli conflitti interiori e le incoerenze fisiologiche che ciascuno di noi si porta dietro; a me pare che contraddizioni così possono essere tenute insieme solo con uno strato alto così di pelo sullo stomaco e una dotazione massiccia di robusto cinismo.
Che poi si possa addirittura convincere se stessi che questo mix risponda al nome di buona fede, proprio questo non riesco ancora a crederlo. Mi toccherà aspettare un altro incontro illuminante, per venire a capo anche di questo mistero.